Grido silenzioso

Federica Zambelli in una scena

 

“Grido silenzioso. Non sono un’eroina”

(con Federica Zambelli e diretto da G. Luca Righetti)

È una voce di donna a legare due punti lontani nel tempo e nello spazio: Cernobyl, 1986 e Italia, 2007.
Sono questi la partenza e l’arrivo del racconto di Ljusja, che ci parla da una stazione dei treni italiana, mentre parte per l’ennesimo tentativo di felicità.

Ljusja — la protagonista —, dopo aver perso il marito nella tragedia di Cernobyl e sopravvissuta alla bonifica e alla diaspora successiva, arriva in Italia. Il racconto della tragedia vissuta dalla sua famiglia lascia gradualmente spazio alla realtà dell’immigrazione e del lavoro nero come badante in Italia.

Il suo discorso porta a interrogarsi sul destino di popoli che si trovano in continuo esodo e alle prese con frontiere fisiche e mentali.
In questa guerra silenziosa ci porta la protagonista.

Un momento dello spettacolo

Lotta quotidiana per una vita dignitosa, contro la spersonalizzazione dell’Occidente che indica tutte queste storie come “Immigrazione clandestina”, come se fosse un reato lavorare per permettere alla propria famiglia di sopravvivere.
Da vittima del disastro tecnologico più clamoroso della storia dell’uomo, a donna dell’Est, che appartiene al popolo degli immigrati.

Come Lujsja, molte sono le donne dell’Est europeo in Italia ed é proprio dalle testimonianze raccolte tra di loro che la storia ha preso vita.

Le migranti che Federica Zambelli ha incontrato nella stesura del copione di “Grido Silenzioso” prendono parte all’iniziativa Caffé Babele, progetto a cura dell’Associazione Ya Basta! Reggio Emilia in collaborazione con Progetto Melting Pot Europa.

Tutte queste esperienze si sono raccolte nella voce di Lujsja, che rappresenta il passato e il presente di popoli in fuga, sopravvissuti, in guerra e completamente spersonalizzati e abbandonati nella loro esperienza di migrante.

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